martedì 2 maggio 2017

VOLEMOSE BENE - DEMOCRAZIA ALIMENTARE (NON SOLO A PAROLE)

Questo articolo si riferisce a un fatto accaduto in Spagna, ma dato che viviamo in un mondo "globale" le stesse cose si ripetono anche altrove, daltronde il protagonista è Mc Donald's e non gli Chefs che di volta in volta prestano il loro nome per migliorare la sua immagine.

Un McDonald’s con la stella Michelin

di Esther Vivas

La McDonald’s non sa più cosa inventare per combattere la sua cattiva immagine. L’etichetta di “pasto spazzatura” pesa come una pietra sulla reputazione del marchio. E malgrado i molteplici tentativi di reinventarsi, non fosse altro che cambiando la veste esterna (nel 2010 ha inaugurato il suo nome verde), ma sembra che le strategie di commercializzazione non siano state sufficienti per migliorare il profilo dell’impresa.

Una maggior attenzione per i cibi sani e una alimentazione salutare hanno trasformato la McDonald’s e tutto ciò che rappresenta, in un nemico da combattere. Non sono servite a nulla le sue campagne che annunciavano “alimenti di qualità” o la sua pubblicità a favore dell’equilibrio alimentare”. La pesante – niente fu mai meglio definito – eredità di decenni di liste dei cibi a base di Big Macs, di McPolli e di Gran Big Macs sono stati il miglior antidoto alla pubblicità della multinazionale. Altrimenti guardate il documentario “Super size me” del 2004. Neanche le cifre sono favorevoli al numero uno del settore.
Tra il 2011 e il 2014, i suoi profitti a scala mondiale sono diminuiti del 13,5 per cento, e nel primo trimestre del 2015 sono arrivati a ridursi del 32,6 per cento. La McDonald’s non è più in contatto, come faceva prima, con i consumatori. Un mercato più diversificato, più competitivo ed esigente, glielo impedisce. Siamo passati dal tanto vantato “I’m Lovin’It”, da parte della impresa, a un “Non ti amo più” nella costanza della clientela nei bilancio finale dei risultati.
Davanti a un tale scenario, non sono possibili altre scelte che “reinventarsi”. In spagna, così sta facendo McDonald’s, puntando su due “grandi” dell’alta cucina, Dani Garcia e Ramon Freixa, ciascuno con due stelle Michelin, con la sua campagna “Cuoco contro Cuoco”. Così la presenta un video promozionale dell’impresa: “Inizia a McDonald’s “Cuoco contro Cuoco”. Ramon Freixa e Dani Garcia, chef con due stelle Michelin, ci presentano le loro nuove creazioni, tessiture sottili si confrontano con sapori intensi. I nuovi Grand McEstreme Ramon Freixa e Grand McExtreme Dani Garcia. Una lotta culinaria di cui tu sarai il vincitore”.
Si tratta, secondo McDonald’s e i due cuochi, di “democratizzare l’alta cucina”. Senza dubbio, nei McDonald’s, di democrazia alimentare” ce n’è ben poca. Se riteniamo che “democrazia”, secondo quanto dice il dizionario, è una “dottrina politica secondo la quale la sovranità è nel popolo” oppure pensiamo a una “eguaglianza dei diritti”, tutto ciò in McDonald’s è uguale a zero.
Di fatto, di fronte a imprese come la McDonald’s, portabandiera del sistema capitalistico agroalimentare globale, giustamente a noi restano democrazia e sovranità solo quando possiamo accedere ad alimenti sani, prodotti direttamente da agricoltori, locali e di qualità, cioè quelli assenti nei loro ristoranti; mentre convertono in merci da vendere proprio i pasti spazzatura, destinati ai più poveri. Nello stesso modo che i menu a prezzo fisso di 3,90 euro di McDonald’s, non significano affatto “democratizzare i pasti”, pur essendo a basso prezzo, e condannano chi ha i redditi più bassi a una alimentazione di bassa qualità; “democratizzare l’alta cucina”, significa, per McDonald’s, elaborare solo alcune ricette per la multinazionale, ma non certo assumere, come in realtà fanno altri cuochi, i principi del Movimento Slow Food e operare per un “cibo buono, sano e giusto”.
Il popolare chef inglese Jamie Olivier, che mise alle corde la McDonald’s quando criticò le sue dannose pratiche culinarie, lo disse con molta chiarezza: la McDonald’s non sarà mai un alleato nella difesa del “cibo buono”, anzi sarà sempre su posizioni contrarie.

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