lunedì 16 aprile 2018

VOLEMOSE BENE - RISCIOLA


Di questi tempi, avendo quasi sempre i malfattori il coltello dalla parte del manico, è facile veder approvate leggi e comminate pene per comportamenti che solamente qualche decennio addietro costituivano attività del tutto spontanee e naturali come raccogliere l’acqua piovana o mettere da parte le sementi per la produzione futura. Oggi tutto deve essere controllato, registrato, approvato e fino a qui potrebbe anche andare bene, se non fosse che chi assurge al ruolo di “controllore” ha interessi e mani in pasta, quindi non è terzo e spesso oltretutto ha la “stazza” dell’Impresa Multinazionale, con tutto ciò che comporta quanto a potere, influenza, risorse di ogni genere. Così assistiamo alla messa al bando, “fuori legge”, di tantissimi dei nostri semi, frutti, ortaggi antichi che hanno sfamato per secoli la gente e hanno l’unica colpa di non essere sufficientemente idonei alla produzione intensiva che se da un lato arricchisce sempre di più quelle Multinazionali, dall’altro impoverisce per non dire rovina le piccole imprese agricole che o si “omologano” o scompaiono.  Assistiamo quindi con favore a quei casi in controtendenza, come accade con la risciola, un grano tenero che ha i suoi natali nel lontano 1500 in irpinia e che oggi forse, grazie all’impegno di alcune aziende agricole determinate a riproporlo, ritorna ad avere per le sue caratteristiche, il merito e il lustro che gli competono; un ottima notizia anche per i ciliaci.


Rinunciando all’agricoltura intensiva, sulle colline dell’Alta Irpinia una comunità di imprese e contadini ricomincia a coltivare la preziosa risciola, un grano tenero dal colore rossiccio che cresce dal 1500, ma dimenticato ormai da decenni.
La sfida è far rinascere terreni sfiancati dall’agricoltura intensiva e irrompere nel mercato in continua crescita, tra moda e realtà, del “gluten free” attraverso la riscoperta e lo studio in laboratorio della risciola, un grano tenero dal colore rossiccio che cresce dal 1500, ma dimenticato ormai da decenni.
Il terreno di questa sfida è sulle colline dell’alta Irpinia, dove per il momento sono una ventina i contadini che hanno aderito al progetto “Comunità Risciola”, ideato dalla famiglia degli imprenditori Lo Conte, e cioè hanno ripreso a seminare e coltivare in modo tradizionale, con metodo biologico, i piccoli appezzamenti tramandati da sempre di padre in figlio.
“Abituati sempre a ricevere dalla terra, siamo arrivati ad un punto in cui questi campi, sottoposti a colture intensive, non ripagano il lavoro, non c’è nessun guadagno e in più, negli ultimi anni, stiamo assistendo a tanti smottamenti e frane” – ci spiega Marco, uno degli agricoltori, mentre ci mostra il suo campo coltivato a risciola, dal colore più scuro, sul declivio di una collina a Melito Irpino – “da un paio d’anni abbiamo deciso di lavorare sulla qualità piuttosto che sulla quantità: dallo stesso terreno ricavavo 15-18 quintali di grano duro e adesso con la risciola siamo andati a dimezzare il raccolto”.
È infatti il Gruppo Lo Conte, che distribuisce gratuitamente anche i semi, ad acquistare tutta la produzione dei coltivatori iscritti alla comunità Risciola, garantendo una maggiorazione del 60% del prezzo di mercato. Ma non siamo di fronte ad un’operazione di beneficenza, anche se si tratta di “innovazione sociale”, come ci tiene a sottolineare Antonio Lo Conte. “Negli anni la nostra azienda si è distinta nella produzione di farine speciali, ma questa volta con la risciola siamo andati oltre: abbiamo trovato il modo per togliere la tossicità al glutine, rendendo la farina di risciola innocua a celiaci e a persone intolleranti a questa sostanza, ed è un brevetto soltanto nostro”, spiega Antonio Lo Conte.
Nel 2015 il raccolto è stato di due quintali, quest’anno prevedono di arrivare ai 100 ma “attenzione, non abbiamo ancora venduto nulla, perché in questa fase il nostro interesse è avere la materia prima, che era andata perduta. Il primo passo è stato quello di andare a cercare chi conservava la risciola e quando l’abbiamo trovata nella zona di Castelfranco in Miscano, il contadino, che la usava per farci il pane in casa e la custodiva gelosamente, si è insospettito quasi temendo che volessimo accusarlo di tenere un grano fuorilegge, perché non iscritto al registro delle sementi allora in vigore”.
La risciola è un grano prezioso anche perché i semi – non convenendo in termini di resa all’industria mondiale delle sementi, non sono stati mai incrociati né modificati negli anni, mantenendo così intatte tutte le proprietà nutrizionali. “Il grano moderno ha l’11-13% di glutine, invece la risciola parte da una percentuale molto più bassa, che è del 7-9%: questa caratteristica ci ha permesso, in dieci anni di ricerca, di ottenere il processo di deglutinazione e adesso siamo nella fase finale dei trial clinici condotti all’ospedale Umberto I di Roma. Entro un anno dovremmo essere pronti”, spiega Vittorio Valletta, ricercatore nello stabilimento di Lo Conte a Frigento.
Il passaparola tra i contadini è iniziato e sono arrivate richieste di seminare la risciola irpina anche dalla Sardegna, ma forse la cosa più importante di tutta questa impresa, compiuta nel segno di una agricoltura biologica e che cerca nuove strade per essere sostenibile anche economicamente, è lo sforzo di preservare la ricchezza e la tradizione di questa “terra di mezzo”, terra di passione e fatica al centro dei monti d’Italia, come cantava Virgilio nell’Eneide duemila anni fa: c’è tutto questo dentro i piccoli semi della risciola.


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